Come dividere un ufficio open space in zone di lavoro silenziose

Dividere un ufficio open space parte da una domanda che non riguarda i prodotti: che cosa fanno davvero le persone in questa stanza? È l’impostazione della norma UNI ISO 22955, che affronta la qualità acustica degli open space partendo dalle attività svolte e non dai metri quadri. Questa guida ti porta dall’attività alle zone, dalle zone all’altezza corretta delle barriere, e solo alla fine al prodotto.

In breve

  • Parti dall’attività, non dalla planimetria. La UNI ISO 22955 distingue sei configurazioni di open space in base a ciò che vi si fa.
  • Il tempo di riverbero da solo non descrive un open space. Contano quanto il parlato si attenua allontanandosi e a che distanza smette di distrarre.
  • L’altezza decide più del materiale: 40–60 cm protegge chi è seduto, 160 cm separa due zone.
  • Vicino alla fonte batte alto e lontano. Una barriera bassa a 40 cm dalla bocca fa più di una alta a tre metri.
  • Prima il soffitto, poi le barriere. In una stanza riverberante il suono scavalca qualsiasi divisorio passando dall’alto.

Perché un open space non si divide “a occhio”

L’errore più comune è trattare l’open space come una stanza qualsiasi e ragionare solo sul riverbero. Ma il tempo di riverberazione non è il descrittore più adatto a rappresentare la qualità acustica degli uffici a pianta aperta: in un ambiente lungo venti metri, ciò che disturba chi lavora non è l’eco generale, è la voce di una persona precisa a quattro metri di distanza.

Per questo la norma internazionale ISO 22955, recepita in Italia come UNI ISO 22955:2023 “Qualità acustica degli spazi open office”, guarda a grandezze diverse: quanto il parlato decade allontanandosi dalla fonte (D2,S), il livello di pressione sonora del parlato a quattro metri e un ulteriore parametro dedicato alla distribuzione del suono nello spazio. Tradotto in linguaggio utile: conta la distanza alla quale la voce di un collega smette di essere comprensibile. Finché capisci le parole, il cervello le elabora e la concentrazione se ne va; quando resta solo un suono indistinto, riesci a lavorare.

Misurare queste grandezze richiede strumenti. Ragionare con esse, no — ed è esattamente ciò che serve per decidere dove mettere una barriera.

Le sei attività della UNI ISO 22955, e cosa cambia per le barriere

La norma fornisce linee guida per sei diverse configurazioni di open space, ciascuna pensata per attività specifiche. Qui le traduciamo in scelte pratiche.

1. Spazio non ancora assegnato

L’ufficio esiste ma l’attività non è definita, o cambierà a breve. È l’unico caso in cui la mobilità vale più di qualsiasi prestazione: tutto ciò che si avvita o si costruisce diventa un costo da rifare. Barriere appoggiate, spostabili, riconfigurabili.

2. Postazioni dedicate a telefonate e videochiamate

La configurazione più critica, perché la fonte di rumore è continua e sta esattamente all’altezza dell’orecchio di chi lavora accanto. Qui serve doppio intervento: una barriera bassa attorno alla singola postazione e una separazione più alta fra il gruppo che telefona e il resto della stanza. Concentrare la spesa su queste postazioni rende più che distribuirla su tutte.

3. Team che collabora quasi tutto il giorno

Il caso in cui si sbaglia per eccesso. Se le persone devono parlarsi, alzare barriere fra loro peggiora il lavoro senza migliorare l’acustica: la voce deve passare, e passerà comunque. Le barriere qui vanno solo ai confini del team, per proteggere chi sta fuori. Dentro il gruppo, l’intervento giusto è a soffitto.

4. Lavoro individuale con scambi sporadici

La configurazione più diffusa negli uffici italiani e la più difficile, perché la soglia di tolleranza è bassa: chi si concentra viene disturbato da un singolo scambio di due minuti. Funzionano le barriere più alte del piano visivo di chi è seduto e le disposizioni a L attorno alla postazione, che interrompono due direzioni invece di una.

5. Area di accoglienza del pubblico

Non serve segretezza, serve riservatezza percepita. Una separazione fra il banco e l’area di attesa basta perché chi aspetta smetta di sentirsi addosso alla conversazione, e perché chi lavora al banco non alzi la voce — cosa che da sola abbassa il livello generale della stanza.

6. Più attività nello stesso ambiente

La realtà di quasi tutti gli open space, e il punto in cui la pianificazione salta. Qui l’errore tipico è usare la stessa barriera identica in tutta la stanza. La soluzione corretta è variare l’altezza per zona: barriere basse dove si collabora, barriere alte dove si telefona e dove si sta in silenzio, e un confine chiaro fra le due aree.

Parete divisoria per ufficio
Parete divisoria per ufficio

L’altezza è la variabile che decide

Una barriera acustica funziona creando un’ombra sonora. Il suono che la incontra non si ferma: scavalca il bordo e si diffonde di nuovo dietro, un po’ più debole. Da qui derivano due regole che valgono più di qualsiasi scheda tecnica.

Prima regola: vicino alla fonte batte alto e lontano. Una barriera a quaranta centimetri dalla bocca di chi parla intercetta un angolo enorme del suono diretto. La stessa barriera a tre metri ne intercetta una fetta sottile. È il motivo per cui un pannello piccolo sulla scrivania giusta rende più di una parete grande messa nel corridoio.

Seconda regola: l’altezza va scelta sul bersaglio, non sull’estetica. Attorno ai 40 cm dal piano copri chi è seduto senza tagliare gli sguardi, e le persone continuano a comunicare. Attorno ai 60 cm superi la linea dello sguardo di chi è seduto, quindi aggiungi riservatezza visiva — la scelta tipica delle postazioni telefoniche. Attorno ai 160 cm da terra non separi più due persone, separi due zone: è la soglia in cui l’open space acquisisce una geometria.

Oltre i 160 cm si entra in un territorio diverso, con un compromesso da conoscere: più una barriera si avvicina al soffitto, più isola davvero, ma più diventa un muro — e un muro non lo sposti, blocca la luce e cambia la ventilazione. Se ti serve isolamento vero fra due ambienti, la risposta onesta non è una barriera più alta: è una parete.

Prima il soffitto, poi le barriere

È l’ordine che quasi nessuno rispetta, e la ragione per cui molti uffici restano rumorosi dopo aver comprato divisori.

In una stanza con pavimento duro, vetrate e soffitto nudo, il suono di una voce raggiunge il collega per due strade: quella diretta, che una barriera interrompe, e quella riflessa dal soffitto, che la scavalca senza difficoltà. Se la seconda strada resta aperta, la barriera lavora al cinquanta per cento. Come riferimento di comfort, il protocollo WELL indica per gli uffici open space un tempo di riverbero intorno a 0,5 secondi: sopra quella soglia, il problema dominante è la stanza.

L’ordine di intervento che funziona:

  1. Soffitto. È la superficie più grande e la meno contesa dall’arredo: qui l’assorbimento agisce su tutta la pianta contemporaneamente.
  2. Barriere nei punti giusti, scelti con la logica delle sei attività, non uno per scrivania.
  3. Pavimento. Un tappeto fonoassorbente sotto una zona di passaggio elimina il rumore di passi e sedie, che in un open space è la seconda lamentela dopo le voci.
  4. Sound masking, solo se dopo i primi tre passi resta un problema di riservatezza. È l’ultimo intervento, non il primo.

Non sai da quale passo partire? Una misurazione acustica con consulenza ti dice se il tuo problema è la stanza o le postazioni — cioè se devi comprare assorbimento a soffitto o barriere. È la differenza fra spendere una volta e spendere due.

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Cinque errori che vediamo più spesso

  • Una barriera per persona. Il conteggio giusto è uno per confine da chiudere. Su quattro scrivanie affiancate i confini interni sono tre, non quattro — e su due file contrapposte una sola barriera centrale serve entrambe.
  • Barriere alte in mezzo a un team che collabora. Riduce la collaborazione, non il rumore. Le persone si alzano, girano intorno, parlano più forte.
  • Comprare “fonoassorbente” senza un numero. Un divisorio in truciolato rivestito o in plexiglass separa gli sguardi e riflette il suono: aggiunge una superficie dura a una stanza che ne ha già troppe. Cerca sempre la densità dichiarata del materiale.
  • Barriere prima del soffitto. Vedi sopra: dimezza il risultato dell’investimento.
  • Chiudere completamente i passaggi. Un open space senza corridoi diventa un labirinto, e dopo due settimane sono le persone stesse a spostare i pannelli. Lascia sempre 80–90 cm di passaggio.

Dal piano ai prodotti: quale barriera per quale confine

Una volta definite le zone e le altezze, la scelta si riduce a tre casi.

Il confine è fra due postazioni. Due scrivanie affiancate o contrapposte, un banco condiviso in coworking: la barriera vive sul piano di lavoro, resta bassa e la aggiungi una postazione alla volta. In questo caso servono i pannelli divisori per scrivania.

Il confine è fra due zone. Devi separare due team nella stessa stanza, ricavare un angolo focus, disegnare un corridoio, isolare il gruppo che telefona: qui la barriera sta a terra, è alta circa 160 cm e non dipende dai mobili. Sono le pareti divisorie per ufficio autoportanti.

Il problema è la stanza, non il confine. Se le voci arrivano da ogni direzione e la stanza “suona”, nessuna barriera basta: si parte dai pannelli fonoassorbenti per soffitti e, dove ci sono passaggi e sedie, da un tappeto fonoassorbente. Se vuoi il quadro completo sui materiali e sui formati disponibili, la guida di riferimento è quella sui pannelli acustici per ufficio.

Domande frequenti

Quanto deve essere alta una barriera per essere efficace?

Dipende da chi devi proteggere e da quanto sei vicino alla fonte. Attorno ai 40 cm dal piano copri una persona seduta; attorno ai 60 cm aggiungi riservatezza visiva; attorno ai 160 cm da terra separi due zone. La distanza conta quanto l’altezza: più vicino alla bocca di chi parla, più la barriera rende.

La UNI ISO 22955 è obbligatoria?

No, non è un obbligo di legge per un ufficio privato: fornisce indicazioni e linee guida per il comfort acustico nelle diverse tipologie di open space. Il suo valore pratico è un altro — ti dà un criterio per decidere e un linguaggio comune con chi progetta o fornisce, invece di scegliere a sensazione.

Serve una misurazione o posso procedere a occhio?

Per un ufficio fino a otto o dieci postazioni la logica delle zone è di solito sufficiente. Sopra quella soglia, o quando hai già speso una volta senza risultato, la misurazione conviene: distingue un problema di riverbero da un problema di postazioni, e sono due acquisti completamente diversi.

Le barriere da sole bastano?

Solo se la stanza è già ragionevolmente assorbente — moquette, controsoffitto, tende, superfici morbide. In un ambiente duro le barriere funzionano a metà, perché il suono le scavalca riflettendosi dal soffitto.

Quante barriere servono per dieci postazioni?

Non dieci. Conta i confini reali fra le postazioni e le zone: in una disposizione tipica a due file contrapposte, dieci postazioni si gestiscono con quattro o cinque barriere da scrivania più uno o due moduli a terra per chiudere il lato della stanza dove serve silenzio.

divisorio da scrivania
divisorio da scrivania

In sintesi

Dividere un open space non è comprare divisori, è decidere dove servono e quanto alti. Parti dalle attività che si svolgono nella stanza, come fa la UNI ISO 22955; tratta prima il soffitto se l’ambiente è riverberante; poi metti le barriere sui confini reali, basse dove le persone devono comunicare e alte dove devono concentrarsi. Con questo ordine la spesa è una sola, e il risultato si sente dal primo giorno.

Prossimo passo: individua i tuoi confini su una pianta, decidi per ciascuno se è un confine fra postazioni o fra zone, e scegli fra pannelli da scrivania e moduli autoportanti. Se preferisci un parere prima di ordinare, scrivi a info@perfectacoustic.it.

Fonte normativa: ANIT — UNI recepisce la norma ISO 22955.

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